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Zhan Beleniuk, atleta, lottatore di lotta greco-romana, medaglia d'oro a Tokyo, membro del Parlamento ucraino. Anche in Italia c'è ancora dibattito sul sostegno a Kiev: c'è chi vorrebbe diplomazia e basta invio armi. «Capisco il ragionamento e dico: la diplomazia è necessaria. Ma la diplomazia è efficace quando l'aggressore comprende di non poter raggiungere gli obiettivi. Quindi, quando qualcuno dice: "Smettete di fornire armi e ci sarà la pace", io mi pongo una domanda: quali garanzie ci sono che poi l'Ucraina rimarrà libera? Servono armi «Per noi l'assistenza militare non è un astratto dibattito geopolitico. La difesa aerea significa che un missile potrebbe non colpire un edificio residenziale e non uccidere altre famiglie. Tutti vogliono la pace. Ma interrompere il sostegno a un Paese che è stato attaccato non significa che la pace arriverà. Bisogna chiedersi: cosa succederà il giorno dopo? La Russia si fermerà perché l'Ucraina riceve meno sostegno? Si siederà a un tavolo a discutere di pace? O concluderà di poter ottenere di più con la forza?. Si deve respingere l'idea che la forza militare dia a uno Stato il diritto di impadronirsi del territorio di un altro Paese. Il messaggio sarebbe: l'aggressione funziona. Questo sarebbe pericoloso non solo per l'Ucraina, ma anche per l'Europa». Sa raccontare come vivete a Kiev? «Se me lo chiedessero direi: sapete cosa vuol dire vivere in un Paese in guerra? l persone si allenano, lavorano, i bambini vanno a scuola, le persone incontrano i loro amici. Poi all'improvviso suona una sirena antiaerea, ti devi nascondere perché c'è un attacco missilistico o di droni. Ci si sveglia nel cuore della notte con esplosioni. Non si dorme, si aspettano notizie». Questo incide nella vita di tutti, ha cambiato la normalità. «Anche le persone sono cambiate. Come se abbiano capito quanto fragile possa essere la vita. Le cose che un tempo sembravano importanti possono improvvisamente diventare insignificanti. Le persone mi chiedono quando finirà la guerra. E io non so rispondere. Gli ucraini vogliono solo vivere liberamente nel proprio paese». Non c'è il rischio che la gente si sia stancata della guerra? «Per noi, non potrà mai diventare una notizia vecchia. È la nostra vita». Lei è un atleta olimpico, la Russia è stata riammessa dal Cio, potrà partecipare ai Giochi. Che ne pensa? «Non si capisce il motivo. Cosa ha fatto la Russia per meritare un ritorno alla normalità? L'aggressione si è fermata? No. Le città ucraine hanno smesso di essere attaccate? No. Gli atleti ucraini hanno smesso di essere uccisi? No. Le nostre strutture sportive hanno smesso di essere distrutte? No. Quindi perché Mosca può essere riconosciuta a livello internazionale? Perché viene riammessa dal Cio?» Lo fa perché dice: lo sport deve unire. «Come atleta, anch'io vorrei che fosse così. Il problema è che la Russia stessa ha cancellato quel confine molto tempo fa. Utilizza attivamente lo sport come strumento di politica statale e di propaganda. Alcuni atleti russi sono legati a strutture statali e di sicurezza; alcuni hanno pubblicamente sostenuto l'aggressione contro l'Ucraina e hanno partecipato a eventi di propaganda». Molti atleti ucraini sono feriti da questa decisione del Cio, Vladyslav Heraskevych si rifiutò di partecipare a Milano Cortina per il casco con le immagini dei compagni morti. «Provate a pensare a un atleta ucraino. Alcuni difendono il Paese. Alcuni hanno perso genitori, parenti, amici o compagni di squadra. Alcuni hanno visto distrutti i luoghi in cui si allenavano. E alcuni non gareggeranno mai più perché sono stati uccisi. O sono stati mutilati. Le organizzazioni sportive internazionali devono ricordarselo quando parlano del ritorno della Russia alla "normalità"». Alle Paralimpiadi c'era la Russia ma anche molta solidarietà agli ucraini. «Ma rifiutarsi di stringere la mano, voltare le spalle all'inno, alla loro bandiera, è un atto simbolico. Sanzioni, regole e decisioni istituzionali hanno conseguenze pratiche».